Vitigni Autoctoni e di Tradizione

All'edizione 2009 saranno presenti oltre 260 vitigni autoctoni italiani. Li abbiamo divisi per ordine alfabetico ed a lato della tabella troverete le regioni nelle quali il vitigno è coltivato.

 Guida ai Vitigni d'Italia

Autoctono è una parola di derivazione greca che potremmo tradurre un po’ liberamente come “nativo”. In senso letterale dovremmo dunque considerare autoctono solo un vitigno il cui primo esemplare sia nato da un seme ospitato in quella che dovrebbe essere, appunto, la sua terra natale.

In realtà il concetto di vitigno autoctono è necessariamente più ampio, se non altro per l’impossibilità pratica di verificare la sussistenza di tale considerazione. Lo studio sull’effettiva origine territoriale di una varietà vegetale (o, forse a maggior ragione, animale) conduce spesso a un binario morto.

Gli esperti che collaborano con noi nella ricerca delle varietà presenti a “Figli di un Bacco Minore?” e che hanno tradotto la loro ricerca nella pubblicazione della Guida ai Vitigni d’Italia” (Slow Food Editore) considerano come autoctoni i vitigni la cui presenza in un certo territorio è antica, vuoi per attestazioni scritte, vuoi per testimonianze orali, vuoi perchè non ci sono tracce documentali di una importazione dall’estero.

In effetti alcuni studiosi suggeriscono come più corretta la definizione di “vitigno antico”. Ma quanto antica ha da essere questa presenza? Prima della ricostruzione postfillosserica, iniziata nel XIX secolo, tutti i vitigni francesi che oggi chiamiamo  abitualmente “internazionali” e molti stranieri “di confine” erano già coltivati in Italia, sia pure su piccole superfici.

Occorre dunque andare più indietro nel tempo per dare un senso più corretto al termine autoctono. In ogni caso, la necessità di reimpiantare i vigneti distrutti dal terribile afide segnò un momento di capitale importanza nella storia della viticoltura europea e della sua biodiversità, in quanto portò ad una semplificazione, con perdita elevata di vecchie varietà o, quanto meno, con una loro sopravvivenza ridotta e confinata.

Secondo alcuni, tante varietà furono salvate per errore di selezione delle marze, prive di grappoli e foglie, al momento dell’innesto.

Questa spiegazione è ragionevole ma insufficiente. In realtà molti viticoltori mantennero consapevolmente vecchi vitigni, sia pure riducendone la presenza a poche unità. Alla base di questa scelta c’era forse un’istanza analoga a quella che oggi chiamiamo tutela della biodiversità? E’ possibile, anzi probabile: la saggezza contadina perviene non di rado agli stessi risultati concettuali degli studi avanzati di ecologia e biologia. Ma, soprattutto si trattò di una forma di rispetto verso qualcosa che era stato tramandato dalle precedenti generazioni, e dalla consapevolezza di compiere una precisa missione tramandando a propria volta a figli e nipoti. Non si taglia un vecchio albero che da frutti rari, se non dopo averlo riprodotto per innesto.

Fernand Braudel sostiene che i contadini sono conservatori perchè la conservazione è una loro missione sociale. Conservare il cibo, innanzitutto: ma anche le risorse genetiche che del cibo stanno alla base. Ancora più forte è l’attitudine conservatrice dei coltivatori che non producono per il mercato ma per l’autoconsumo, o di quanti, oggi, esercitano l’agricoltura come attività accessoria, non di rado in perdita, per continuare a dare un senso ai pochi beni fondiari ricevuti in eredità dai genitori.

Questo spiega perchè le zone cosiddette marginali, di montagna e di collina, rappresentino spesso le maggiori riserve di biodiversità, e lo studio dei vitigni “minori” conferma pienamente questa osservazione.